Home restaurant. Anche in Italia i tempi sono maturi

10/02/2015

Home restaurant. Anche in Italia i tempi sono maturi

Tempi di sharing economy, tempi di cene condivise. Dopo il grande successo oltreoceano, ora anche in Italia inizia a spopolare la moda degli home restaurant, ovvero i ristoranti a casa propria. Sarà la crisi e la necessità di arrivare a fine mese, sarà la voglia di novità, o quella di aggregazione ma la pratica del supper club sta riscuotendo un grande entusiasmo.
 
Ma come si apre un home restaurant? E’ sufficiente avere una cucina, quella di casa va bene, un po’ di spazio per accogliere gli ospiti, la giusta attrezzatura, possibilmente delle buone materie prime e un pizzico di fantasia ai fornelli. Un investimento, insomma, alla portata di tutti, e una valida opportunità per chi ha necessità di arrotondare un part time o per chi, al momento disoccupato, non disdegna nel frattempo di guadagnare qualcosa.
Quanto all’aspetto fiscale, la ristorazione casalinga può rientrare nell’attività lavorativa occasionale, senza partita Iva, fino a un tetto massimo lordo di 5000 euro annui, dopo il quale scatta l’obbligo contributivo. Nel caso, quindi, che il vostro esperimento dovesse risultare particolarmente redditizio, sarà necessario aprire la partita IVA. Con la possibilità naturalmente, fino alla soglia dei 30.000 euro annui, di godere del regime agevolato dei minimi.

Home restaurant. Anche in Italia i tempi sono maturi

Nessun ostacolo neanche dal punto vista sanitario. Finchè l’home restaurant si svolge tra le mura domestiche, non è previsto l’adempimento della normativa sull’HACCP, che costituisce invece un obbligo per qualsiasi altro tipo di ristorazione. Per i più scrupolosi, anche se al momento non serve autorizzazione sanitaria, il consiglio è comunque di munirsi di un attestato di sicurezza alimentare, per non farvi trovare impreparati di fronte a cambi di legge, varie ed eventuali.
 
Facile e divertente mettersi in contatto con l’home restaurant di proprio gradimento: su una delle apposite piattaforme social si seleziona l’evento a cui si è interessati, si prenota e si paga. Il web, che si tratti di un sito vero e proprio o di un semplice profilo facebook, è il luogo che rende, infatti, possibile l’incontro tra aspiranti cuochi e potenziali commensali. I vantaggi di questa forma di social eating? Prezzi competitivi (in alcuni casi quasi stracciati), la condivisione di una cucina realmente casereccia con perfetti sconosciuti, una dimensione di intimità impensabile per un classico ristorante e la scoperta di nuovi orizzonti culinari (e non solo) per turisti, appassionati gourmet, ma anche semplici curiosi.
 
In Italia tra gli esperimenti più riusciti, a livello locale, c’è sicuramente Ceneromane. La piattaforma ideale per chi ricerca un’avventura gastronomica alternativa negli home restaurant più esclusivi della Capitale. Circa una quarantina sono i padroni di casa affiliati e 40 euro è il costo medio di una cena, di cui il portale trattiene il 15% e le spese di transazione.
La più grande community nazionale è, invece, Gnammo.com, realtà nata nel 2012 dalla fusione delle start up Cookous e Cookhunter e diffusa oggi in 124 città, dove ha arruolato 1.055 cuochi e realizzato 500 eventi social. Tra le offerte brunch a 10 euro, cene spettacolo o serate con menu tematici per cui si spende fino a 40 euro. Interessante anche la proposta di PeopleCooks, dedicata a studenti, lavoratori fuorisede o turisti low budget: il costo dei pasti non supera i 6 euro e prevede primo, secondo, contorno, frutta e acqua. La valorizzazione del prodotto tipico e della cucina tradizionale è al centro della community Le Cesarine di Bologna, patrocinata dal ministero delle Politiche agricole, in collaborazione con l’Università. Con le cene carbonare di Soulfood i commensali vivono un’esperienza di incursione persino nelle abitazioni private di cuochi.
 
Il fenomeno si sta espandendo a macchia d’olio. Per i più intraprendenti la sfida è aperta.

di Alessandra Cioccarelli

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