San Colombano Doc. Il vino di Lodi (e di Milano)

San Colombano Doc. Il vino di Lodi (e di Milano)

di Elena Caccia

Non tutti forse sanno che, in qualche modo, anche Milano ha il suo vino: quello della provincia di Lodi e dalle colline di San Colombano che è stato riconosciuto Doc nel 1984. Le uve destinate alla produzione del San Colombano Doc devono essere coltivate esclusivamente nella zona collinare che comprende in parte i comuni di Miradolo Terme e Monteleone in provincia di Pavia, Graffignana e Sant’Angelo in provincia di Lodi e San Colombano al Lambro in provincia di Milano.

Il territorio
La zona di San Colombano è rappresentata da una collina che si alza di 75 metri rispetto alla pianura. Nelle giornate limpide la vista spazia dall’arco alpino a Nord, fino all’Appenino a Sud. Sembra che questa strana altura, in mezzo alla pianura, sia emersa dopo un movimento tellurico in epoca Miocenica. Il sottosuolo è ricco di calcio, sodio, iodio e ci sono numerose fonti di acque sorgive termali.

La storia
La produzione vinicola, qui, ha una storia antica. E questo è il segnale per riconoscere un territorio particolarmente vocato. Sembra che la coltivazione della vite si sia diffusa in epoca medioevale grazie ai monaci seguaci del frate irlandese Colombano (e da qui deriva anche il nome del paese). Nel 1371, compare inoltre un documento in cui Galeazzo Visconti decise di intensificare la coltivazione dalla vite. Dal 1500 in poi l’uva divenne l’attività principale degli abitanti del lodigiano e questo segnò per molti anni, l’andamento dell’economia locale. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con l’abbandono delle campagne, il vigneto perse vigoria e venne abbandonato fino agli anni Settanta.
Grazie all’impegno dell’università degli Studi di Milano e alla volontà ferrea di alcuni produttori locali, dalla metà degli anni Ottanta la produzione di San Colombano (che diventa anche Doc), trova nuovo impulso: si rinnovano le tecnologie di Cantina, si lavora in vigna sostituendo l’allevamento della vite a pergola con quello, più attuale, a Guyot. Nel 1995 la zona di produzione del San Colombano conquista anche l’Indicazione Geografica Tipica Collina del Milanese o oggi, più del 57% della produzione è Doc o Igt, segno del forte legame con il territorio.

Il vino
Il San Colombano si ottiene dalle uve di Croatina (dal 30 al 50%), Barbera (dal 25 al 50%) e Uva Rara (al massimo per il 15%). Può essere frizzante e da bere giovane o fermo, da medio invecchiamento (non teniamolo in cantina più di due o tre anni). Quando le bottiglie provengono da terreni particolarmente vocati possiamo leggere in etichetta le menzione “Vigna”, seguita dal nome del vigneto di provenienza. Questa tipologia può usare anche la dizione “Riserva”. Se doveste leggere in etichetta la parola Riserva significa che quel vino, oltre che provenire da un vigneto particolarmente vocato, arriva da piante non eccessivamente cariche di uva e ha riposato in cantina per almeno 24 mesi dei quali almeno 12 in botti di legno.
Possiamo trovarlo sia nella versione rossa, sia in quella bianca e, in questo caso, l’uvaggio è Chardonnay almeno al 50% e Pinot nero almeno per il 10%. Si accompagna molto bene ai salumi, alla cacciagione, ai piatti preparati con la carne di maiale e ai formaggi di media stagionatura.

La Strada del vino
Il modo migliore per conoscere il lodigiano e i suoi vini è percorrere la Strada del vino San Colombano. IL percorso parte da Milano, incrocia l’abbazia di Chiaravalle, tocca San Colombano al Lambro e arriva a Lodi incrociando cantine, agriturismi e ristoranti.

 

Litinerario dei sapori lodigiani.
 
Basta andare a Sud di Milano per pochi chilometri per entrare nel Lodigiano; il verde dell’erba, il giallo del frumento e il marrone della terra sono i colori di quest’area geografica ricca di fiumi, cascine, borghi e piste ciclabili e…vignetiIl viaggio di circa sessanta chilometri, comincia da Milano e si snoda attorno alla città di Lodi, fino a lambire le province di Cremona e Piacenza. Lungo questa strada, che si può percorrere anche in bicicletta, s’incontrano agriturismi, cantine, laboratori artigianali di birre e aziende agricole che producono latte, formaggi e insaccati. Operatori e guide turistiche condurranno tutti i visitatori alla scoperta di questi sapori

A tavola
Le soste, lungo questo tragitto, non potranno che essere squisitamente golose. Tra i piatti proposti più frequentemente dai menu della zona c’è il risotto con il pannerone. Prodotto a partire esclusivamente da latte intero, questo formaggio è stato riconosciuto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali come prodotto agroalimentare italiano e deve il suo nome alla parola “panéra” che in dialetto Milanese significa panna, in quanto la sua produzione prevede l’utilizzo esclusivo di latte intero. Le caratteristiche peculiari del pannerone sono l’assenza di qualsiasi processo di salatura e una lavorazione contraddistinta dall'uso di forti dosi di caglio a temperatura non elevata.

Il Parco dell'Adda
La natura della Pianura Padana offre a questa parte dell’Italia settentrionale una cornice ambientale unica e suggestiva soprattutto quando, con l’arrivo della primavera, anche la fauna si risveglia. Così, quando le temperature cominciano a scaldarsi, può capitare d’intravedere gruppi di cicogne o di aironi che si aggirano nei campi che costeggiano la strada che da Lodi porta a Castiglione d’Adda. Questo piccolo comune, situato quasi al confine con l’Emilia, fa parte del Parco Regionale dell’Adda Sud, un’area di grande interesse geomorfologico, botanico e zoologico. Il territorio protetto comprende, oltre ai boschi rivieraschi, anche zone palustri costituite da “lanche" e "morte" che il fiume ha formato nel tempo, variando la direzione del suo percorso.

Una bella giornata di sole, qualche amico, una bicicletta e la passione per l’enogastronomia bastano per prendersi una pausa dalla frenesia cittadina e concedersi  una giornata all’aria aperta tra campagna e buon cibo.

di Serena Cirini
 
 



 

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