I ragazzi del '96. I pionieri della birra artigianale

27/08/2015

I ragazzi del '96. I pionieri della birra artigianale

Come ogni epoca storica, anche la birra artigianale, in Italia, ha un anno di inizio, il 1996, quando uno sparuto gruppetto di futuri birrai iniziò l’attività nel campo brassicolo.
Col tempo sono diventati luogo di culto, meta di pellegrinaggi – non strettamente religioso – fucina e palestra di nuovi birrifici, appassionati, degustatori e semplici avventori.
La cosa strana è che scoprono gli uni degli altri con il tempo, spesso attraverso dei fornitori che si stupivano di richieste prima mai sentite in Italia, come il densimetro (che serve per misurare il livello di zucchero nel mosto) e altri strumenti, tanto comuni oggi quanto introvabili all’epoca. Epoca, sì, perché sono passati meno di venti anni, ma stiamo parlando dell’alba di una nuova era, in cui procacciarsi le materie prime era difficile, i clienti, totalmente disabituati a sapori nella birra dopo decenni di assenza di birrifici locali. Dai tempi dell’autarchia l’attività brassicola era andata scomparendo e nel Secondo Dopoguerra la scena era desolante: persino l’attività di produzione casalinga divenne legale solo dal 1995 e i birrifici rimasti attivi in Italia erano davvero pochi e per lo più industriali e acquisiti da grandi gruppi internazionali.
 
È difficile comprenderlo oggi, che contiamo circa 900 produttori e in prospettiva ci aspettiamo di sfondare quota mille entro la fine di questo anno, ma il terreno, nel 1996, non era esattamente fertile per iniziare a produrre birre artigianalmente, con presenza di lieviti, sapori sconosciuti; erano quasi scambiati per laboratori alchemici, guardati con sospetto.
E questo anche nel Nordest (Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige) dove la tradizione brassicola, dai tempi della dominazione austriaca, era ancora viva.
A conferma di quanto fosse complicato, molti dei birrifici precursori non sono arrivati fino a noi, soprattutto prima dell’avvento di internet che aiutava meglio a capire cosa stessero facendo e a comunicare la propria esistenza. Tra questi ricordiamo St. Josef, aperto a Sorrento (Napoli)nel 1983; Oro Brau ad Arco (Trento) dal 1988; IBS in Sardegna e il piemontese Aramini, a Vaglio di Serra (Asti), entrambi del 1993; Greiter a Merano (Bolzano) nel 1995 e anche i brew pub La Centrale della Birra (Cremona) e St. Johannes Bräu (San Giovanni di Casarsa, Pordenone) nel 1996.
 
Gli inizi furono complicati per tutti, anche per chi ce l’ha fatta: Teo Musso, che proprio nel 1996 trasformò Le Baladin, il suo pub a Piozzo (Cuneo), in un brew pub (birrificio con locale di mescita) racconta di aver perso la maggioranza dei suoi clienti storici e di aver dovuto ripartire praticamente da zero: «i miei clienti non capivano quello che stavo facendo – racconta Teo – e faticarono ad apprezzare quella che gli sembrava, guardando il nostro primo impianto, una zuppa di orzo…». Tanta fatica la fecero anche gli altri; forse l’unica eccezione fu il Birrificio Lambrate (nell’omonimo quartiere milanese), allora chiamato Skunky, che la sera dell’inaugurazione finì la birra e finché non riuscirono a ingrandirsi, si continuò così, tenendo chiuso quando la birra era nei maturatori.
I fratelli Borio, nel 1995 avevano dato vita a Beba (a Villar Perosa, in provincia di Torino), in cui servivano birre fin lì prodotte, su loro ricetta, in Sardegna (da IBS), installarono un impianto e iniziarono a prodursi direttamente le birre. Il 3 aprile 1996 (giorno del mio compleanno…) dopo anni di studio e approfondimenti Agostino Arioli svelò al mondo le sue birre, considerate troppo amare dai primi avventori, nel locale che allora si sviluppava letteralmente attorno all’impianto di produzione del Birrificio Italiano a Lurago Marinone (in provincia di Como), che allora sembrava gigantesco, oggi sarebbe microscopico.
 
Nel 1995, poco fuori Roma, a Mentana, aveva inaugurato l’impianto il precursore Turbacci, con annesso locale di mescita e pista di pattinaggio su ghiaccio.
Nelle Marche, ad Apecchio, inaugurava il birrificio Amarcord, che in pochi anni ha raggiunto notevoli quantità di produzione, staccando gli altri e inserendosi per primo in un contesto internazionale, attraverso collaborazioni di prestigio in particolare con Garret Oliver, birraio di Brooklyn Brewery, di New York. A differenza degli altri si occuparono esclusivamente di produzione e non della somministrazione diretta, un’eccezione, tra i pionieri del ’96, così come, in Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, aprirono altri laboratori di sola produzione, come il Mastro Birraio a San Giovanni al Natisone, che risale al 1994 e due anni più tardi Arte Birraria a Seren Del Grappa.
 
Le birre, negli anni sono cresciute enormemente, in meglio, ma anche alcuni dei pionieri sono cambiati molto. Il contratto Teo Musso dei primi tempi oggi è un comunicatore di grande carisma. Agostino Arioli ha vinto parte della sua timidezza e oggi non si esprime più solo attraverso le sue birre, ma anche in modo simpatico in pubblico. Enrico Borio, sempre defilato dalla scena principale, preferisce dedicarsi al pub e ai suoi hobby piuttosto che ingrandirsi e snaturarsi, ma non disdegna mai una sana discussione durante i vari eventi, magari giocando a scopa con gli altri amici birrai. Turbacci solo negli ultimi anni ha iniziato a farsi vedere fuori dal suo birrificio. Il Lambrate, di ingrandimento in ingrandimento, ha trovato una dimensione perfetta, riorganizzandosi tra i soci, che hanno trovato il loro ideale collocamento solo negli anni. Amarcord ha scelto vie commerciali che l’hanno spinto fuori dalla nicchia commerciale della birra artigianale, puntando alla grande distribuzione, senza però dimenticare una linea dedicata ai pub di buon livello. Insomma, questi sono i personaggi che hanno fatto la storia, scavando un piccolo solco e trasformandolo negli anni in quella che oggi è una specie di autostrada che permette a moltissimi di regalarsi il sogno di aprire un birrificio, ma loro sono ancora lì, dopo quasi venti anni, a dettare la qualità italiana della birra artigianale.
 
di Andrea Camaschella

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